Approfondimenti

Paolo Gorini

Tra pietra e cenere nel bicentenario della nascita (1813-2013)
a cura di Alberto Carli

 

Approfondimenti

I – Le formule segrete del “mago”

Paolo Gorini fu uno scienziato estremamente empirico. Ritenere che utilizzasse sempre le medesime soluzioni per le sue preparazioni anatomiche è un errore. È invece molto probabile che nei suoi numerosi tentativi, le soluzioni iniettate nei corpi fossero, di volta in volta, diverse fra loro e che lo studioso ne modificasse le percentuali, per ottenere reperti sempre migliori. Ciò è accertato non soltanto dalle testimonianze autografe lasciate dallo stesso Gorini, ma anche dalla distanza evidente in termini di colore, compattezza e incarnato dei preparati qui esposti, alcuni dei quali prodotti, ad esempio, a base di alcool e di acido solforico diluito, altri a base di bicloruro di mercurio e altri ancora a base di bicloruro di zinco, estremamente più efficace e meno tossico dei primi.
Le tecniche attraverso le quali molti preparatori operavano nascevano dalla necessità di arrestare il processo di decomposizione fermando l’azione dei liquidi organici e sostituendoli con altra materia preservante. Sostanzialmente, dopo la morte, gli enzimi fuoriescono dal nucleo delle cellule e principiano il processo di decomposizione. In breve i batteri intestinali producono altri enzimi che cominciano a divorare il cadavere dall’interno, diffondendosi lungo il sistema venoso. Il processo si arresta inibendo l’azione degli enzimi. Per bloccare gli enzimi, nell’Ottocento, si agiva in tre modi diversi. Il primo consisteva nel togliere dal corpo la massima percentuale di acqua di cui gli enzimi necessitano per le reazioni chimiche che servono ad avviare la decomposizione; il secondo nell’iniezione vasale di soluzioni simili a quelle adottate da Paolo Gorini, dopo aver reso il cadavere esangue attraverso aspirazioni o altri metodi, così da agire per sostituzione, mineralizzandone le strutture; o, nel terzo caso, nel distruggere l’ambiente di cui gli stessi enzimi hanno bisogno, eviscerando il corpo e sostituendone gli organi con altri materiali. Nel primo caso si parla di essiccazione, nel secondo di preparazione, nel terzo di imbalsamazione.
I documenti autografi sono tre. Nel primo Paolo Gorini ha trascritto due formule usate per le sue preparazioni, la prima a base acido solforico e la seconda di bicloruro di mercurio.
Altrettanto interessante è il secondo documento proposto, nel quale si riconosce la descrizione della preparazione del corpo di Giuseppe Rovani. L’interpretazione è supportata dalla datazione del documento stesso. È infatti lo stesso Gorini a specificare che l’osservazione trascritta risale al 30 gennaio 1874. Quindi, è lecito presumere che, spirato Giuseppe Rovani a Milano il 27 gennaio 1874, l’episodio di preparazione al quale il documento si dedica fosse proprio quello circa il mantenimento delle spoglie del celebre romanziere, padre ideale della Scapigliatura milanese.
Il terzo documento, invece, descrive la metodologia attraverso la quale Gorini iniettava corpi interi con la propria soluzione e chiarisce che lo scienziato prendeva le mosse dalla vena e dall’arteria femorale del corpo in procinto di venire trattato, per poi procedere nella preparazione che prevedeva molte e complicate operazioni.

 

Soluzione di acido solforico nella proporzione del dieci per cento. Soluzione satura alcoolica di Bicloruro di Mercurio e di Muriato di Calce nella proporzione che il volume della prima sia dieci volte quello della seconda.

1. Soluzione di acido solforico nella proporzione del dieci per cento. Soluzione satura alcoolica di Bicloruro di Mercurio e di Muriato di Calce nella proporzione che il volume della prima sia dieci volte quello della seconda.

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2. Incisi gl’inguini e misi allo scoperto le due femorali; dentro di cui spinsi due cannelli di ottone che da una parte andavano fino all’aorta ventrale e dall’altra scendevano fino al ginocchio. Dal lato sinistro infilai con due cannelli anche due tronchi di un altro vaso. Con qualche vite fissai sul tavolo l’apparecchio per sostenere i cannelli poi strinsi ben bene la pelle delle ferite intorno a due cannelli di vetro entro i quali a sfregamento e con mastice di sego adattai due cannelli di legno dell’altezza di metri 0, 60 alla cui sommità applicai due imbuti di legno.
Poi versai dentro il liquido uguale a soluzione di 5Kg. di sublimato corrosivo e 2 etti di acido arsenioso in 15 litri di spirito di vino e 15 litri di acqua. Verso le 3 ore cominciai a versare il liquido e alle 5 ore ne aveva già adoperato 20 litri. Il giorno dopo verificai che l’injezione vascolare era andata dappertutto meno che nella gamba sinistra e che l’injezione extravascolare arrivava da una parte al collo e alle spalle e dall’altra parte ai ginocchi. Versai altri 6 litri di liquido ed il giorno dopo, (30 gennajo 1874) vidi l’injezione extravascolare essere penetrata dappertutto fuorché nella gamba sinistra. Allora disposi il cadavere per modo che le due gambe sporgessero fuori dal tavolo e pendessero in giù e in questo modo avendo versato il giorno dopo altri quattro litri di liquido tra cui due di quello che era colato fuori dal cadavere, vidi che il liquido era disceso e penetrato anche nel piede sinistro sebbene non così completamente come nel piede destro, però mi pareva che vene fosse entrato a sufficienza, quantunque vi fosse ancora una striscia di pelle che non aveva perduto il suo color rosso naturale per tramutarsi nel bianco cereo che è l’effetto dell’imbivizione. Il I° febbraio operai la cucitura e il giorno 2 cominciai a lasciar vedere il cadavere.

1. 40 lt. d’acqua; 12 Kg copparosa; 8 Kg. Solfato di magnesio e 4 Kg. di solfato di soda. Soluzione in acqua bollente. Copparosa a 25° B.
2. Solito liquido con soluzione di un po’ di sublimato corrosivo per imbiancare la pelle.
3. 40 litri soluzione copparosa 25° soluzione B.
4. Soluzione copparosa bianca [Vetriolo bianco (solfato di zinco) misto con lapis calaminaris (metasilicato basico di zinco) o con qualche terra ferrugigna frammischiata con piombo o stagno.]
4. Olio d’olivo
5. Bagno caldo (non bollente però) della testa

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3. Nello stabilire il principio sul quale si posa il mio metodo di conservazione delle sostanze animali io partii dall’idea che la putrefazione è in esse generata da una moltitudine di azioni reciproche e successive tra le parti solide e liquide da cui risultano costituite. In conseguenza di ciò affinché il processo di putrefazione incominci richiedesi un tempo determinato il quale è benanche in relazione, come è noto a tutti colle circostanze esteriori. Non v’è pertanto cosa più facile che impedire la putrefazione: basta per esempio che l’essiccamento possa compiersi rapidamente cioè prima che la putrefazione si manifesti ed essa non potrà più aver luogo; e gli è perciò che ogni bricciola di materia animale, stante la sua piccola mole può conservarsi spontaneamente e raggiunto il completo essiccamento resistere senz’altro alla putrefazione.
Per altra via ma per la stessa ragione si conservano le sostanze animali gelate perché in esse non essendovi più liquidi è impedito quel corso di azioni e reazioni indispensabili a determinare il processo di putrefazione. Essendo la cosa in questo stato comprendesi facilmente come il processo di putrefazione debba necessariamente essere impedito non solo coi mezzi che spogliano dai liquidi organici le materie animali ma ben anche con tutti quelli mediante i quali si possa arrivare ad alterare la natura chimica di essi, non importa se molto o poco, purché sia dappertutto. Per tal modo la difficoltà della conservazione delle sostanze animali è tutta riposta nella difficoltà di far penetrare in esse qualche materia liquida che investendo le molecole solide dappertutto si mescoli coi liquidi organici e ne alteri la composizione. Così si spiegano i felici risultati avuti dalle injezioni di materie liquide nel sistema vascolare specialmente dandosi la cura di rinnovarle un certo numero di volte a dati intervalli di tempo. Anzi invece di replicate injezioni intermittenti sarebbe riuscito più efficace il fare un’unica injezione continuata senza interruzione per un tempo bastantemente lungo sotto l’influenza di una moderata pressione. Non mi è noto che questo mezzo efficacissimo sia mai stato praticato fuorché dal Sig. Lacombie il quale non ne usò nemmeno allo scopo della conservazione ma soltanto di rendere più accessibili agli studi anatomici le diverse parti del cadavere lavate e dilatate per introduzione in esse di molta acqua.
Devo anche far osservare che il frutto dei suoi studi vide la luce nel 1844 quando io avevo già mostrato all’Istituto di Milano vari pezzi di cadavere perfettamente conservati già da due anni. D’altr’onde ad ottenere l’intento non è nemmeno necessario di fare l’injezione del sistema vascolare che anzi vi è una via più facile e più conveniente è però sotto ogni aspetto preferibile. Tal via ci viene prestata dal sistema cellulare che investe tutte le più piccole parti della macchina animale e si insinua dappertutto, è come una spugna che sotto l’influenza di una pressione moderata e sostenuta un tempo sufficiente è suscettibile di imbeversi di una quantità enorme di un liquido qualunque. Ed è valendomi di un tal mezzo ed introducendo i liquidi per questa via ch’io sono riuscito ad ottenere tutti i risultati così variati ed imponenti del mio metodo di conservazione.
Per mettere in pratica questo metodo non si ha a far altro che prendere un tubo di vetro della lunghezza all’incirca di braccia due, terminato superiormente in un vaso capace di contenere una pinta o due di liquido e inferiormente vada leggermente allargandosi ed abbia bocca di tale ampiezza da poterlo facilmente introdurre ed assicurare all’apertura naturale od artificiale praticata nel corpo che si vuole preparare. A questo scopo, tranne il caso che non vi sia qualche ragione per risparmiare in ogni parte il cadavere, e di ciò mi occuperò fra poco, basta il fare un’incisione alla pelle distaccarla alquanto dai tessuti sottoposti, rialzare i lembi della ferita e circondarne la bocca del cannello in essa introdotto e poi mediante un filo di canapa o di seta farne uno stretto nodo tutto all’intorno. Ciò eseguito ed assicurato il cannello anche superiormente in modo che stia appresso a poco verticale lo si riempie di liquido.
Questo dapprincipio penetra rapidissimamente cosicché bisogna rinnovarlo frequentemente, ma più tardi la penetrazione va compiendosi più lentamente ed allora diventano più lunghi gli intervalli di tempo necessari alla rinnovazione del liquido. In ciò basta che il cannello non resti asciutto per un tempo troppo lungo, anzi meglio sarebbe che si potesse tener ripieno continuamente. Il rigonfiamento delle parti e il cambiamento di colore della pelle ci avvisa del successivo progresso dell’operazione la quale si giudica finita quando il liquido è penetrato nelle più rimote estremità. A raggiungere questo intento anche nei casi più sfavorevoli non occorre mai un tempo maggiore di 7 od 8 giorni.
Adoperando questo metodo si può asserire che la putrefazione si impedisce sempre qualunque sia il liquido che viene impiegato; però i risultati differiscono assai impiegandone uno piuttosto che un altro. Io cercai di applicare questo metodo a 4 scopi differenti, i quali raggiunsi, come ora dirò, più o meno completamente. Quello che parmi di aver portato a termine meglio di tutti è destinato alla temporanea conservazione dei cadaveri per le sezioni e gli studi anatomici per ciò non occorre altro fuorché tenere caricato il cannello con acido solforico allungatissimo, cioè tale che segni 10° all’aerometro di Beaumé. Così tutte le parti si conservano perfettamente bene in tutti i più minuti dettagli durante il tempo di 7 od 8 mesi; e dopo che hanno cominciato a corrugarsi e ad essiccarsi, tornano a distendersi e rinfrescarsi tenendole per qualche tempo immerse nell’acqua. I cadaveri preparati con questo mezzo semplicissimo ed economico non differiscono da quelli freschi se non per la totale mancanza di odore perché i liquidi non gemono più sotto il taglio del ferro anatomico e perché le reti vascolari sono assai più appariscenti essendosi con esse raggrumato col suo stesso colore quel poco sangue che ancora occupavale.
In complesso è assai più comodo e più istruttivo sezionare un cadavere così preparato che un cadavere fresco. Per l’imbalsamazione bisogna dare alimento al cannello con un miscuglio delle due soluzioni seguenti fatte tutt’e due a saturazione, cioè una soluzione alcoolica di bicloruro di mercurio ed una soluzione alcoolica di bicloruro di mercurio ed una soluzione alcoolica di muriatro di calce; e questa in tale proporzione che il volume della prima sia circa 10 volte quello della seconda. E nel caso che non si volesse praticare alcun taglio od alcuna incisione nella cute del cadavere si potrà ugualmente riuscire nell’intento mandando un cannello ricurvo verso il basso, adagiando il cadavere supino sopra un tavolo, assicurando la bocca del cannello all’ano, col riguardo di aver prima otturato l’intestino retto e l’esofago mediante tamponi di stoppa; anzi nell’esofago si può introdurre a forza un cilindro di vetro di dimensioni adatte e in ogni caso bisogna stringere il collo con un robusto nodo. Il liquido non penetrerà che difficilmente al di sopra del nodo, ma quando tutto il resto del cadavere n’è ripieno allora si scioglie il nodo e si ritira dall’esofago la materia del tampone ed inclinando alquanto il cadavere con la testa all’ingiù questa in brevissimo tempo si ritrova anch’essa satura del liquido conservatore.
Fatta questa prima operazione è assicurata la conservazione della materia ed anche la conservazione del color bianco della pelle, ma il processo di imbalsamazione non sarebbe per nulla perfetto e vi è bisogno di altre operazioni e di altre cure. Da principio il cadavere mostrasi enormemente inturgidito per la grande quantità di liquido in esso introdotto. Bisogna esporlo all’aria ed anche ad un sole moderato affinché con la dispersione dell’alcool ritorni ad acquistare le dimensioni e le forme di prima. Raggiunto questo stato gli si adattano nelle orbite gli occhi di cristallo e poi bisogna fargli attorno una scatola di gesso da cui liberato si espone ancora all’aria affinché continui ad essiccare. Ridotto così ad un volume minore del naturale; prima che la pelle cominci a raccorciarsi e se ciò fosse già avvenuto rammollita la pelle mediante una sufficiente immersione nell’acqua bisogna applicare di nuovo il cannello al cadavere portarlo in una stufa entro la quale si possa elevare la temperatura fino al calore dell’acqua bollente, rivestire il cadavere della sua scatola di gesso e quando la stufa sia riscaldata sufficientemente alimentare il cannello con spermaceto fuso.
A questo modo lo spermaceti insinuandosi dappertutto ridona alla pelle la sua primitiva morbidezza, inturgidisce le parti in modo che vanno perfettamente adattandosi alla scatola di gesso e così le forme primitive sono ripristinate e la materia, la forma e il colore sono conservati per un tempo indefinito. Il metodo non è facile, richiede circa un mese di tempo costa molto denaro ma conduce allo scopo colla più desiderabile perfezione. Per lo scopo di preparare dei pezzi induriti che possano con vantaggio essere conservati nei gabinetti o musei d’anatomia, alimentato il cannello con spirito di vino, poi fatto essiccare il pezzo, poi preparatolo ancora con spirito di vino e così per varie volte quando il pezzo sia prossimo ad essiccare si sommerga nello zolfo fuso ovvero in olio di lino ad una temperatura di 110° R o C e vi si lasci finché la pelle si mostri sufficientemente indurita.

II – Il “crematojo lodevole” di Riolo

Anni di lavoro e di studi instancabili spesi sulla conservazione delle sostanze organiche, in qualche modo, convinsero Gorini che il suo metodo di pietrificazione, molto costoso non soltanto in termini economici, ma anche estremamente lungo in termini di tempo, non avrebbe potuto avere che rare applicazioni. Lo scopo principale di uno scienziato come Gorini, invece, era quello di mettere a disposizione della collettività le proprie scoperte, mai prive di una pratica utilità. La pietrificazione dei corpi, nel segno di una preparazione di carattere celebrativo, poteva essere praticata sui corpi celebri Mazzini, di Rovani o di altri famosi personaggi dei quali, eventualmente, conservare le spoglie, dando vita a reliquie laiche; ma certamente non si poteva richiederne la pratica per chiunque, data la difficoltà applicativa del metodo. Inoltre, con ironia, lo scienziato stesso sosteneva che se si fosse pietrificato e conservato il cadavere di chiunque, presto i preparati avrebbero sopravanzato i vivi. Così, sul principio degli anni Settanta del XIX secolo, spinto dall’invito ripetuto di Agostino Bertani e di Gaetano Pini, convinti cremazionisti, Paolo Gorini affrontò, la questione della “morte laica” e dei forni crematori.
A muovere Gorini in questa nuova avventura scientifica, era la consueta repulsione nei confronti della decomposizione. In questo senso, la pietrificazione e la cremazione, la pietra e la cenere, citando Angelo Stroppa, rappresentano le due facce di un’unica moneta, spesa al banco di una tanatologia culturale complessa, come fu quella dell’Ottocento. Lo scienziato scriveva:

Quanto poi succede nella sepoltura è senza confronto più tristo e più ributtante di ciò che sarebbe accaduto al cadavere lasciato sopra la terra; e lo strazio di quelle misere carni dura, come si è fatto notare, un tempo lunghissimo […]. È una cosa orribile il rendersi conto di ciò che succede al cadavere allorché sta rinchiuso nella sua prigione sotterranea. Se attraverso un qualche spiraglio si potesse gittare là dentro uno sguardo, qualunque altro modo di trattamento dei cadaveri si giudicherebbe meno crudele, e l’uso del seppellimento sarebbe irremissibilmente condannato.

Tuttavia, Gorini giunse quasi casualmente all’idea della cremazione:

Il 9 aprile 1872, mentre teneva al fuoco due piccoli crogiuoli ripieni di materia vulcanica, gli sovvenne di un fatto curioso che più di una volta gli era occorso di osservare, “cioè che gli insetti i quali per accidente erano caduti nel liquido vulcanico incandescente, appena che lo toccavano scoparivano risolvendosi in una lucente fiammella”. Sospettando che ciò potesse succedere con una materia animale qualunque, da un fegato che aveva in laboratorio, da destinare a una delle solite preparazioni, tolse due frammenti e li buttò nei crogiuoletti pieni di materia vulcanica in fusione. Accadde il previsto: appena a contatto del liquido incandescente i pezzi davano origine a una splendente fiammella e si disperdevano in seno al liquido senza lasciare alcuna traccia.

A prescindere dalla celebre cerimonia cremazionista voluta nel 1822 da George Byron per accomiatarsi dall’amico poeta Percey Shelley, solo negli anni Settanta dell’Ottocento, come ricorda Fulvio Conti, il principio cremazionista cominciò «ad uscire dal ristretto ambito dei dibattiti accademici e ad interessare cerchie più ampie di persone. Tale pratica funeraria si configurava come uno dei temi sui quali le élites riformatrici avrebbero potuto concentrare l’impegno per realizzare significativi progressi nel campo igienico-sanitario e come un valido strumento per affermare istanze di civilizzazione e di laicizzazione della società. Il dibattito sulla cremazione vide tra i suoi maggiori esponenti Jakob Moleschott, Ferdinando Coletti, Felice Dell’Acqua, Giovanni Du Jardin, Gaetano Pini, Malachia De Cristoforis, Luigi Pagliani, Cesare Musatti e si focalizzò essenzialmente su tre aspetti fondamentali: quello igienico-sanitario, quello medico-legale e quello religioso. I cimiteri erano, per i fautori della «morte laica», veri ricettacoli di infezioni e poteva essere provato, grazie alle nascenti discipline della batteriologia e della microbiologia, che il processo della decomposizione causava l’inquinamento dell’acqua e dell’aria nelle aree circostanti i sepolcri.
Se l’editto napoleonico di Saint Cloud, del 1804, veniva esteso anche all’Italia due anni dopo la sua promulgazione, riservando gli spazi extra moenia per la costruzione dei cimiteri e promuovendo di fatto la più moderna separazione tra le città dei vivi e quelle dei morti, la cremazione e la sua riscoperta avvennero ad opera dei philosophes dell’Encyclopédie, soprattutto sull’onda del disagio provocato dalle sepolture all’interno dell’abitato e dentro le chiese.
Nella seconda metà del secolo soprattutto, ricorda Sergio Luzzatto, il laicismo conseguente ai difficili rapporti tra Chiesa e Stato ricevette un puntello anche dai rinnovati interessi scientifici sempre maggiormente volti a favore di certo materialismo, che persuase il fronte anticlericale a considerare prioritario sottrarre alla Chiesa il monopolio della gestione dei defunti, mentre quella rimaneva fedele all’avvertimento biblico che l’uomo è polvere e polvere deve ritornare. Certo è che la tradizione cristiana era ed è inumazionistica; altrettanto certo è che la Chiesa si è vista costretta nella seconda metà del XIX secolo a difendere con energia tale suo atteggiamento quando, soprattutto per influsso della Massoneria, sorsero un po’ dovunque centri e società per diffondere la cremazione esaltata come professione di ateismo. La Chiesa poteva comunque vantare l’appoggio di numerosi scienziati e fra i molti detrattori spicca soprattutto il nome di Paolo Mantegazza, celebre medico e antropologo.
Sono numerose le testimonianze dell’ostilità della chiesa lodigiana verso la figura del Gorini: nel 1851 la rivista «L’Amico Cattolico» lo bollava come pirronista e materialista, nel 1863 le monache di S. Anna rifiutarono a Gorini la permanenza nella casa dove egli abitava e nel 1882 si opposero alla proposta della Giunta municipale di posare sullo stesso edificio la lapide commemorativa dello scienziato.
Nel forno crematorio ideato da Paolo Gorini, la salma, supina su un graticcio, viene spinta all’interno del forno per scorrimento su rotelle. Chiuso il forno, essa viene investita orizzontalmente per tutta la sua lunghezza dalla testa ai piedi dalle fiamme generate da una fornace a legna sistemata dietro e sotto il capo stesso. Il camino del fumo scende dapprima in basso sotto i piedi della salma per poi salire nel fumaiolo. All’inizio di questo una seconda piccola fornace a legna brucia ogni residuo. Un primo forno goriniano venne edificato presso il cimitero di Riolo nel 1877 e nella notte fra il 5 e il 6 settembre dello stesso anno si compì la prima cremazione.
Il forno si alimentava con fascine di legna dolce, circa due quintali per la durata di due ore. Molti cimiteri adottarono il forno goriniano, che venne edificato a Milano (1877, arch. Carlo Maciachini), Cremona (1883, ing. Francesco Podestà), Roma (1883, ing. Salvatore Rosa), Varese (1883, arch. Augusto Guidini), Torino (1888, arch. Pompeo Mariani. Venne inoltre adottato a Londra (cimitero di Woking, 1888, ing. Turner) e a Parigi (cimitero Pére Lachaise, 1887, arch. Formigé).

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