L’oro di Milano – sezioni

Usi agricoli e sociali delle acque milanesi
1. Una città nata dalle acque

La città di Milano sorge al centro di una vasta regione pianeggiante compresa tra i laghi pedemontani e il Po, delimitata a oriente e a occidente dai fiumi Adda e Ticino, lontana dai due fiumi principali ma ricca di acque sotterranee e di risorgive. Il fenomeno delle risorgive è legato alla natura geologica della Pianura Padana, caratterizzata da una fascia a ridosso delle Prealpi (alta pianura o pianura asciutta), costituita di materiali grossolani, sabbia e ghiaia, permeabili al passaggio dell’acqua superficiale che alimenta una ricca falda sotterranea.
Nel suo continuo fluire nel sottosuolo verso sud-ovest la falda più prossima alla superficie incontra un suolo sempre più ricco di materiali fini (limi e argille) poco permeabili e tende a riemergere. Denominata “fascia delle risorgive”, questa zona che attraversa longitudinalmente l’intera pianura padano-veneta comprende il territorio milanese.
Fin dall’antichità gli abitanti imbrigliarono a scopi irrigui le acque risorgive (fontanili) e i piccoli corsi d’acqua. Un importante utilizzo delle acque dei fontanili consisteva nel farle scorrere tutto l’anno sui prati (prati marcitori o marcite). La temperatura dell’acqua, praticamente costante, consentiva infatti la produzione di foraggi anche nel periodo invernale.

“Il fontanile è una presa d’acqua nella falda acquifera non affiorante creata dall’uomo per far risalire in superficie, raccogliere, indirizzare e utilizzare a scopo irriguo le acque sotterranee” (Tutela e valorizzazione dei fontanili del territorio lombardo, “Quaderni della Ricerca” 144, marzo 2012).

“Rimonta alla seconda metà del secolo XII per lo meno l’uso attualmente comune nel milanese di rintracciare e rivolgere all’irrigazione dei terreni le acque dei cosiddetti fontanili, nei luoghi dove mancano quelle dei fiumi o dei canali di scolo. Sono questi fontanili delle fontane o sorgenti formate da vene o polle di acque scorrenti naturalmente sottoterra che si scoprono quasi dappertutto nel Milanese scavando a qualche profondità il terreno della pianura”, (Giuseppe Bruschetti, Storia dei progetti e delle opere per l’irrigazione del Milanese, Lugano 1834).

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Morfologia della Pianura Padana e fascia delle risorgive.
Da G. Zipoli, La Pianura Padana, storia dell’origine e della sua vegetazione, Milano, 1984.

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Il fontanile è formato da una testa (scavo abbastanza profondo da intercettare la falda) e un’asta (canale che convoglia le acque affioranti nella testa). Nella testa sono presenti polle o occhi (1-5) da cui esce l’acqua spontaneamente o grazie a tini in legno di rovere o tubi infissi nel terreno.
Da Indagine sulle zone umide, Provincia di Milano, Milano 1975.

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2. L’oro di Milano

La Vettabbia è una roggia che ha origine a Milano a sud del centro storico, nei pressi dell’attuale via Mulino delle Armi, sotto le vie Santa Croce e Vettabbia, dove derivava le acque dalla Cerchia o Fossa interna dei navigli, per proseguire in direzione sud-est. Oggi scorre in alveo coperto fino a riaffiorare a valle di viale Tibaldi. Lambisce le località di Nosedo, Chiaravalle e Viboldone per confluire dopo circa 20 km nel fiume Lambro a monte di Melegnano.
È riconosciuta come uno degli elementi fondamentali dell’idrografia milanese, il flumen mediolanesis di antichissima origine, il cui corso più volte modificato ha assunto forme e ruoli diversi. In epoca romana è l’emissario principale della città, raccoglie le acque del Seveso e dell’Olona e risulta navigabile, collegando la città al mare Adriatico attraverso il Lambro e il Po: il suo nome deriverebbe dal latino Vectabilis, la stessa radice etimologica di parole come “vettore” e “vettura”.
In epoca medioevale diventa il principale collettore delle acque di rifiuto della città, utilizzate per l’irrigazione di un ampio comprensorio coltivato a prati marcitori che dalle sue “acque grasse” traevano grande vantaggio per la produzione di foraggio. A perfezionare questa pratica contribuirono in modo determinante i monaci delle abbazie di Chiaravalle e di Viboldone, entrambe fondate sulle sponde della Vettabbia e che “si distinsero nel promuovere l’irrigazione e migliorarne il metodo” (D. Berra, Dei prati del Basso Milanese detti a marcita, Milano 1822).
La Vettabbia ha mantenuto sostanzialmente intatta la sua struttura e la sua funzione irrigua, fino alla fine del XIX secolo, quando venne realizzata la fognatura di Milano.
Le marcite sono prati destinati alla produzione di foraggio, sottoposti a irrigazione continua per scorrimento superficiale anche in periodo invernale. Utilizzano generalmente acqua di risorgiva, caratterizzata da una temperatura compresa fra i 9 °C in inverno e i 14 °C in estate, consentendo di produrre foraggio fresco nel corso di tutto l’anno (fino a sette tagli d’erba con acque di fontanile, fino a nove con le acque cloacali della Vettabbia).
L’origine della marcita è strettamente connessa ai fontanili e la sua esistenza, attestata fin dai secoli XII e XIII, risale probabilmente a prima del Mille. La sua struttura più evoluta è a due ali, con due falde in leggera pendenza, sul cui colmo scorre un canale di adduzione da cui tracima un velo d’acqua che viene raccolto nella parte inferiore da canaletti recettori che a loro volta trasferiscono l’acqua al campo successivo.
L’uso delle acque reflue della Vettabbia consentiva di depositare sul terreno le sostanze fertilizzanti (azoto, fosforo, potassio) di cui erano ricche: “l’acqua meglio desiderata è quella dei fontanili vicini, o quella che proviene dai condotti della città, carica di materie ammoniacali” (C. Cantù, Storia di Milano e sua Provincia, Milano 1857).

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Schema di marcita ad ali doppie, da S. Bocchi et alii, La Pianura Padana, Storia del paesaggio agrario, Milano 1985.

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3. Fare tesoro delle acque luride

Alla fine del XIX secolo, sotto la spinta dello sviluppo industriale Milano subisce un rapido incremento della popolazione, che dal 1871 al 1901 passa da 262.000 a 491.500 abitanti.
Per governare lo sviluppo della città e salvaguardare la salute dei suoi abitanti viene redatto il Piano regolatore dell’ing. Cesare Beruto (1888) e avviata la redazione del Progetto per la fognatura generale della città sotto la guida dell’ingegnere dell’Ufficio tecnico municipale Felice Poggi (1890).
Il progetto prevede la realizzazione di un sistema di canalizzazioni indipendente dal preesistente reticolo dei corsi d’acqua, di tipo unitario, ovvero destinato a raccogliere in unico condotto le acque di rifiuto e quelle di pioggia (tout-à-l’égout) e funzionante per gravità, sfruttando la pendenza naturale del suolo. Per lo smaltimento del consistente volume delle acque reflue provenienti dall’area urbana in rapida espansione, venne confermato l’utilizzo dei prati marcitori esistenti a valle della città, irrigati dalla roggia Vettabbia che fin dall’epoca medioevale raccoglieva le acque di rifiuto di Milano.
La validità della scelta venne sostenuta da studi e analisi di carattere fisico, chimico e batteriologico svolti da commissioni municipali che monitorarono l’efficacia e la sicurezza igienico-sanitaria di questo sistema di depurazione naturale nel corso dei decenni successivi, in particolare nel 1901, nel 1933 e nel 1960.
Per rendere compatibile il sistema con il progressivo incremento della popolazione si rese necessario ampliare la superficie del territorio agricolo destinato allo spandimento dei liquami. Venne opportunamente adeguato il sistema idraulico della roggia Vettabbia, coinvolgendo gli operatori agricoli associati nel Consorzio Utenti di Roggia Vettabbia, con i quali vennero stipulate apposite convenzioni (1889, 1905).
Questo metodo di depurazione agricola rimase in uso fino alla fine degli anni Settanta, quando lo sviluppo urbano, con la conseguente riduzione della superficie dei terreni di spandimento, e gli scarichi industriali, resero inefficace il suo antico potenziale depurativo imponendo l’adozione degli attuali impianti di trattamento biologico.

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4. La riscoperta dell’uso agricolo delle acque usate

Dagli anni ’60 del secolo scorso, la depurazione su marcite risultava un sistema ormai superato dall’inquinamento e dallo sviluppo urbanistico e demografico. Anche sotto pressione della Comunità europea, Milano si è dotata dal 2004 di un trattamento delle acque di fognatura che consente il riutilizzo in agricoltura del 90% delle acque di rifiuto, depurate nei due impianti di San Rocco e di Nosedo. La parte residua dei reflui cittadini è conferita all’impianto di Peschiera Borromeo, che li recapita nel fiume Lambro.
Dei tre depuratori, tutti a valle della città, quello di San Rocco serve il bacino scolante occidentale di Milano (in verde, con Settimo Milanese), quello di Nosedo il bacino centro-orientale (in lilla), mentre le acque del bacino orientale (in giallo) sono inviate al depuratore di Peschiera Borromeo.
Il riutilizzo agricolo delle acque trattate dagli impianti a San Rocco e Nosedo ricrea oggi in forma tecnologicamente avanzata quel ciclo urbano dell’acqua che un tempo era svolto dalle marcite.

  San Rocco Nosedo Peschiera Borromeo
Bacino Occidentale Centro-orientale Orientale
Superficie [km2] 101,3 69,0 22,3
Abitanti equivalenti* 1.050.000 1.250.000 250.000
Portata ordinaria [m3/s] 4,00 5,00 1,10
Portata massima [m3/s] 12,00 15,00 3,30

* Per abitante equivalente si intende il carico organico biodegradabile prodotto in un giorno da una persona, pari al fabbisogno di 60 grammi di ossigeno al giorno (Direttiva europea 91/271/EEC).

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5. Acque vissute

Le fotografie raccolte in questa sezione documentano il forte legame che una grande città come Milano ha mantenuto fino a tempi a noi vicini con le sue acque e attraverso queste con il territorio. Traspare chiaramente da queste immagini un tessuto urbano profondamente compenetrato dalla presenza di molteplici usi delle acque superficiali e sotterranee.
Gli storici canali milanesi di origine medievale, i cosiddetti navigli, non servivano solo a trasportare merci pesanti e a irrigare campi, orti e risaie, ma ospitavano sulle loro sponde decine di lavatoi e nei giorni festivi facevano da scenario a feste popolari, gare di pesca e gite di gruppo in barca oppure in bicicletta lungo le strade alzaie usate per trainare controcorrente i barconi. Le rogge presenti in città offrivano in estate luoghi di balneazione popolare o di lusso, come il celebre Bagno Diana presso i Bastioni di Porta Venezia.
Questo equilibrio di funzioni era destinato a cessare via via al crescere dell’urbanizzazione e delle industrie. Anche se nella Darsena di Porta Ticinese qualche barcone ha continuato fino agli anni Sessanta a sbarcare sabbia e materiali da cantiere, la mancata realizzazione di un nuovo porto industriale a sud della città e di collegamenti fluviali all’altezza dei tempi impediva alla navigazione sui navigli di reggere la concorrenza del trasporto ferroviario prima, e del trasporto su gomma poi.
Già nel 1928, il naviglio più antico, la Fossa interna che si estendeva per quasi cinque chilometri intorno al centro cittadino, cuore della continuità di navigazione tra il Ticino e l’Adda, veniva declassato come via d’acqua e coperto per diventare una strada di circonvallazione per le auto. Era il simbolo di un abbandono destinato a durare fino alle soglie del nuovo millennio. È recente un rinnovato interesse da parte dei cittadini per il recupero delle vie d’acqua. Lo testimoniano sia l’intensa frequentazione delle alzaie dei navigli milanesi e lombardi, il restauro della Darsena e i risultati del referendum comunale del 2011 in favore del recupero e della riapertura della Fossa interna.

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6. Dai navigli al mare di Milano

Alla fine degli anni Venti, sulla spinta dello stesso fervore di trasformazioni urbanistiche che cancellava a Milano la Fossa interna dei navigli, nelle campagne a est della città nasceva una nuova grande opera idraulica pubblica: l’Idroscalo. Era un grande lago artificiale alimentato dalla falda freatica e pensato come un’infrastruttura polifunzionale: porto per idrovolanti e insieme luogo per sport nautici, la pesca, la balneazione e il tempo libero.
Situato a poco più di sette chilometri da piazza del Duomo e in vicinanza delle fabbriche dell’azienda aeronautica Giovanni Caproni all’Aerodromo di Taliedo, l’Idroscalo milanese fu il solo a essere costruito nella Penisola in applicazione di una legge del 1927 che imponeva alle amministrazioni provinciali di predisporre aree di ammaraggio d’emergenza per idrovolanti. L’impiego di questi velivoli era però destinato in quegli anni a ridursi drasticamente in favore dell’uso di aerei terrestri e a prevalere fu pertanto da subito la funzione prettamente sportiva e balneare dell’Idroscalo, inaugurata dalle gare dei Littoriali del Remo del 1934.
Quattro anni dopo vi erano ospitati i Campionati europei di canottaggio e sulle sue sponde nasceva una stazione balneare molto frequentata, meta ogni domenica di tutti coloro che non potevano permettersi le spiagge di Rimini. Era il “Mare di Milano”.
“Mare di Milano, Riviera o Parco Azzurro, l’Idroscalo di Milano dimostra attraverso l’abbondanza dei suoi soprannomi che cosa significa per la capitale lombarda. È una facile aspirazione, un piccolo sogno a portata di mano, pronto a farsi realtà per una popolazione che ama disperatamente l’acqua e non può accontentarsi di quella ancora visibile – e non troppo invitante – dei Navigli” (Luciano Visintin, in Il Parco Idroscalo, a cura di Alessandro Credali, Giuseppe Garra, Provincia di Milano, Milano 1999, p. 54).

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