Elettricità che cura

Tra positivismo e Belle Époque: una mostra dalle collezioni private.
Mostra virtuale dedicata alla medicina elettrica a cura di Christian Carletti.

 

Per tutto il XVIII secolo un’elettricità dalla natura ancora incerta, quasi magica, affascinò filosofi naturali, intellettuali eclettici e aristocratici che avevano fatto di questo ‘fluido’ un curioso prodigio di corte, capace di sorprendere e meravigliare. È tuttavia nel corso del XIX secolo che le aspettative nei confronti dell’elettricità cominciarono a crescere, alimentate da un successo dopo l’altro: in particolare la vasta rete telegrafica, che prima del 1860 copriva gran parte del territorio europeo, aveva sull’immaginario sociale e scientifico dei contemporanei un impatto che sarebbe persino riduttivo paragonare alla ‘rivoluzione’ innescata da internet negli anni Novanta del secolo scorso.
Le tappe del successo tecnico dell’elettricità non avevano tuttavia sortito il loro effetto solo sull’universo fisico. Nutrite schiere di fisiologi si ritrovavano di fronte alla stessa domanda: che cos’era l’elettricità? Come ‘funzionava’? Le ricerche condotte in Germania da Emil Du Bois-Reymond sulla natura del sistema nervo-muscolare e sulla velocità di trasmissione del segnale nervoso avevano confermato che l’elettricità giocava nella fisiologia umana lo stesso ruolo di protagonista che aveva assunto nella comunicazione telegrafica. Hermann von Helmholtz, collega di Du Bois-Reymond a Berlino, considerava la telegrafia come il termine di paragone più attendibile per la spiegazione della trasmissione elettrica nei corpi.
Contemporaneamente i medici avevano affrontato sperimentalmente gli effetti dell’elettricità nel campo della patologia e della terapeutica. Il De l’électrisation localisée, pubblicato 1855 dal francese Duchenne de Boulogne, divenne rapidamente un punto di riferimento aprendo la strada a un dibattito sugli effetti curativi dell’elettricità che era destinato a protrarsi ben oltre la scoperta dei raggi X. La stessa convinzione che l’elettricità fosse un potente agente di guarigione si ritrovava, intatta, all’inizio del XX secolo: “la materia – si legge in un manuale di elettroterapia del 1923 – non è altro, in ultima analisi, che elettricità ed ogni manifestazione vitale è trasformazione di energia, cioè di elettricità, e ogni fenomeno vitale è accompagnato da elettricità. Da questo necessariamente risulta che il mezzo più naturale ed energico per poter comunque modificare la vita organica, per esaltarla quando è depressa, per trasformarla quando è deviata, per sopirla quando è eccitata, è rappresentato appunto dall’elettricità”.
Le malattie che una corretta applicazione delle tecniche elettroterapiche poteva guarire si erano nel frattempo moltiplicate e comprendevano “nevralgie”, “nevrosi” (epilessia, isterismo, ipocondria, melancolia, alienazioni), “paralisi” (paralisi cerebrali, paralisi traumatiche, atrofia); l’elettricità trovava inoltre applicazione in campo chirurgico (galvano-caustica), era usata per guarire casi di avvelenamento (da curaro o cloroformio), ed era considerata efficace in campo oculistico, utile contro l’impotenza, capace di stimolare parti o provocare aborti.
L’obiettivo di questa mostra è raccontare questo crescente interesse dei medici per l’interazione tra l’‘elettrico’ e il corpo umano. Mossi in particolare dall’ambizione di descrivere la fiducia nel potere ‘guaritivo’ dell’‘elettricità medica’ e l’effetto di questo potere sulla concezione dell’uomo e della natura, abbiamo messo al centro delle sale di questo museo virtuale le macchine per la medicina elettrica che erano circolate soprattutto in Europa.
A fare da filo conduttore della visita è soprattutto il fatto che i modelli qui esposti non provengono da musei per la storia della scienza, ma sono proprietà esclusiva di collezionisti privati, appassionati frequentatori di mercati o case d’asta. Gli strumenti che questi collezionisti conservano, ma soprattutto la loro curiosità, intraprendenza e competenza rappresentano una preziosa, fruibile fonte per la ricerca storica. Dalla loro disponibilità è dipesa la realizzazione di questa mostra.

Hanno collaborato:
Paolo Brenni
Oronzo Mauro
Giorgio Mirandola
Gianfranco Rocchini (collezione Rocchini-Dumas)
Diego Urbani (collezione omonima)

 

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