La scienza in posa – sezioni

La scienza in posa: Tecniche e funzioni della fotografia scientifica 1867-1950
1. Obiettivo sulle scienze: materiali di studio e tecniche di ripresa

 

“Dopo aver eccitato l’ammirazione e l’entusiasmo universale, e dopo aver preso un grande sviluppo industriale, [la fotografia] si è fatta anch’essa ausiliaria della scienza, ai cui bisogni meravigliosamente si presta colla esattezza delle sue riproduzioni. A lei deve la Storia Naturale nuove ricchezze aggiunte alle sue collezioni: per essa l’animaletto invisibile si dipinge al fuoco del microscopio in proporzioni che permettono di studiarlo nei suoi più minuti dettagli; il Sole, la Luna, gli ammassi stellari fissano la loro immagine telescopica sulle lamine preparate, e su di esse il microscopio fa nuove indagini e nuove scoperte; il geologo nei tranquilli recessi del suo studio contempla le belle vedute fotografiche prese a diverse altezze sui versanti delle montagne, nelle gole dirupate, lungo le frane, giù pei letti dei torrenti, e vi legge la storia degli antichi sconvolgimenti, da cui sono emerse quelle formazioni. […] Persino la scienza della salute dimanda a questa industria di ritrarre le degenerazioni morbose degli organi e dei tessuti, le contrazioni muscolari istantanee e le alterazioni del volto per ispasmo o per follia” (Giovanni Codazza “Giornale dell’I.R. Istituto Lombardo di scienze lettere ed arti”, 1856, tomo VIII, pp. 428-441).
Così Giovanni Codazza (1816 – 1877), che da lì a un anno sarebbe divenuto rettore dell’Università di Pavia, riesce a compendiare, nel discorso tenuto nel 1856 all’Istituto Lombardo di Milano il passato, il presente e una buona parte del futuro delle applicazioni scientifiche della fotografia.
Uno dei primi utilizzi dello strumento fotografico fu quello che risultò pressoché spontaneo: associare la possibilità di documentare in modo preciso e obiettivo gli oggetti del proprio studio alla pretesa “veridicità” dell’immagine fotografica.
Il naturalista Gaetano Barzanò nel suo discorso su La fotografia tenutosi il 24 agosto 1854 davanti ai membri dell’Accademia Fisio-Medico-Statistica, ci si propone come il prototipo dello studioso dell’epoca affascinato dal mezzo fotografico e desideroso di sperimentarne le sfumature e i vari metodi: “dal meno complicato della negativa in carta semplice, sono passato a quello della carta cerata; ho sperimentato il metodo a secco, indi quello insuperabile sul vetro col collodio”. Egli risulta quasi ossessionato dalle sperimentazioni fotografiche: “da circa tre anni io impiego però i brevi momenti di riposo che mi concedono le mie molteplici occupazioni a ritrarre col metodo talbotiano oggetti di Storia Naturale” (La fotografia, in, “Diario e Atti dell’Accademia Fisio-Medico-Statistica”, anno IX, n.10, 24 ottobre 1854, pp.1-3).
In questo contesto allo scienziato non rimanevano che due scelte: o imparare, appunto, ad utilizzare l’apparecchio fotografico per esercitare un totale controllo sul risultato ottenuto con la ripresa, oppure affidarsi a fotografi professionisti, già noti in città per i loro studi e le loro realizzazioni in altri campi più tradizionali per la fotografia (ritrattistica, vedute architettoniche o paesaggistiche, riproduzioni di opere d’arte ecc…) dialogando con questi al fine di spiegargli come inquadrare e rendere al meglio gli oggetti del suo interesse.

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2. Immagine: comunicazione e memoria

 

Negli anni Settanta dell’Ottocento diviene di gran moda raccogliere in album elegantemente rilegati i ritratti di personalità eminenti nei vari campi: letteratura, pittura, teatro, politica…
L’avvento dell’apparecchio brevettato da Disdéri (1819/1889) nel 1854, fornito di quattro obiettivi e di un porta-lastre scorrevole, capace di realizzare in modo veloce ed economico otto immagini in pose diverse – del formato noto come carte de visite, proprio per l’aspetto e le dimensioni di queste fotografie incollate su cartoncino – aveva fatto nascere una vera passione per questo genere di fotografie, che in realtà spesso venivano realizzate in modo seriale e ripetitivo, ma che riscuotevano un grande successo di pubblico.
Non sono però solo i volti dei protagonisti della ricerca e della divulgazione scientifica dell’epoca a essere immortalati e raccolti in appositi album – come nel caso dell’album costruito dall’Accademia Fisio-medico-statistica e quello appartenuto all’editore Ulrico Hoepli – anche i luoghi simbolo del progresso, come le fabbriche ed i laboratori, gli strumenti, i macchinari e le pratiche di ricerca diventano protagonisti. Essi diventano il simbolo della modernità e, come tali, vengono raffigurati, seguendo i gusti estetici più raffinati dell’epoca a cui appartengono.
Un’altra funzione della fotografia che emerge, sin dagli esordi, come tema centrale nel dibattito del mondo scientifico, è quello legato all’aiuto che essa può dare nella didattica.
Lo stesso calotipista Luigi Sacchi (1805/ 1861) ne tematizza l’importanza sin dal 1859 (L. Sacchi, Processi d’incisione, cit. in “L’Artista”, anno I, fascicolo 3, 19 gennaio 1859) raccontandoci dei tentativi di applicare la fotografia all’insegnamento “projettando su ampie superfici piane i disegni ottenuti dal vero coi processi di fotografia sul vetro”. Questa dimensione di fruizione condivisa dell’immagine fotografica – magari proiettata grazie ad una lanterna magica – ci fa comprendere i consistenti fondi di diapositive su vetro che ritroviamo sia nell’archivio storico del Policlinico, sia in quello del Museo Civico di Storia Naturale.
La fotografia e la sua proiezione permettono allo studioso di esplicare una funzione didattica rivolta, tra l’altro, non solo ad un pubblico specialistico o di studenti, ma anche ad un uditorio più ampio composto da appassionati, curiosi e profani frequentatori assidui di conferenze pubbliche destinate a tutta la cittadinanza: il fascino di una sala buia in cui appaiono immagini luminose e brillanti colpisce ogni fascia sociale e culturale.
La fotografia non esaurisce però in questo contesto la sua funzione didattica. Essa assume anche un compito più alto: quello di conservare, perpetrare e divulgare la memoria di eventi, scoperte, luoghi e strumenti divenuti parte del patrimonio scientifico e culturale comune. Questo il caso degli strumenti originali appartenuti ad Alessandro Volta e andati perduti nell’incendio del 1899: la loro memoria, impressa sulle lastre all’albumina conservate presso l’Istituto Lombardo Accademia di Scienze ed Arti, accompagnata dagli scritti dello stesso inventore, permise di realizzarne copie fedeli conservate presso il Tempio Voltiano di Como.

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3. Il mondo della ricerca alla ricerca del mondo

 

L’enfasi posta sulla rappresentazione dei fenomeni naturali, ad esempio per le illustrazioni dei testi scientifici, scatenò nei secoli una domanda crescente di tecniche di ripresa sempre più precise e verosimiglianti. In questo senso la fotografia offrì allo scienziato una sorta di specchio per la rappresentazione del mondo, un mezzo capace, almeno in apparenza, soprattutto se confrontato alle tecniche artistiche di illustrazione precedenti, di minimizzare l’intrusione della visione dell’artista. Il progresso delle tecniche fotografiche permise di creare un atlante per immagini di ogni oggetto di ogni remoto paesaggio geologico, di ogni esotico ambiente naturale, di ogni tipologia di pianta o animale. La diffusione delle nuove informazioni, correlate da illustrazioni sempre più precise ed adeguate ai testi, agevolò fortemente il progresso delle scienze naturali.
Fotografia e osservazione scientifica si scoprirono alleate nell’osservazione del mondo: come per gli scienziati l’attenta e sistematica osservazione è parte fondamentale della pratica di ricerca, così, anche per il fotografo, essa è il preludio fondante e necessario per inquadrare e scattare.
Alla luce di queste parole si comprende meglio il ruolo che lo stesso Luigi Sacchi (1805/ 1861) riconosce al fotografo nella società scientifica. La sua professionalità risulta “indispensabile per qualunque nuova impresa” tanto che “in questi ultimi anni almeno uno [fotografo] venne sempre aggiunto a qualunque spedizione industriale o scientifica d’Oltralpe” (L. Sacchi, fotografia, in, “L’artista”, anno I, 12 gennaio, 1859, fasc.2, p.16).

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