La relazione di Antonio Montagna

Roberta Valtorta

La relazione di Antonio Montagna sulla fotografia all’Esposizione Industriale Italiana del 1881 in Milano

 

L’Esposizione Industriale Italiana che si svolse a Milano nel 1881, anche se non paragonabile alle grandi esposizioni realizzate in Europa negli anni precedenti, a Londra nel 1851 e 1862, a Parigi nel 1855, 1867, 1878, a Vienna nel 1873, è tuttavia giudicata un evento di capitale importanza nell’Italia postunitaria per la nascita e lo sviluppo industriale del paese. A questa Esposizione la fotografia non poteva essere assente. A poco più di quarant’anni dall’annuncio ufficiale dell’invenzione, la fotografia, frutto della rivoluzione industriale e del pensiero positivista, aveva ormai messo radici nella società occidentale, e anche in Italia, divenendo necessaria a un mondo in veloce trasformazione, attraversato da idee di esattezza, scientificità, progresso. Come sappiamo, tra i fattori che ne facilitarono la diffusione, vi furono soprattutto la pratica professionale del ritratto, l’utilizzo importante nel campo della documentazione delle architetture, dei monumenti e delle opere d’arte (segnatamente nel nostro paese, così ricco di meravigliose bellezze storico-artistiche, meta tradizionale del grand tour), la sua immancabile presenza nel bagaglio dei viaggiatori, fossero essi commercianti, soldati, missionari, studiosi, intellettuali, la sua capacità di essere duttile ancella di tutte le scienze.

L’Esposizione del 1881 vide dunque una importante “Sezione III” che, mutatis mutandis, oggi chiameremmo “Padiglione dei media”. Comprendeva i seguenti settori produttivi legati alla comunicazione del tempo: l’Industria della Carta, l’Esposizione Cartacea, le Carte da Parati, gli Editori, gli Editori Musicali, la Cartografia, la Tipografia, la Litografia e Arti Affini, la Fotografia. Dunque, il mondo della riproducibilità delle parole e delle immagini.

Ulrico Hoepli nel 1883 in un volumetto pubblica le Relazioni dei giurati sulle diverse sezioni dell’Esposizione, e il cavalier Antonio Montagna è il relatore speciale per la fotografia. Nel suo scritto tocca tutte le questioni che rappresentano i primi passi del pensiero critico sulla fotografia, prima tra tutte la sua artisticità, un tema che si affaccia molto presto nel dibattito, un tema controverso che, va detto, avrebbe accompagnato molto a lungo la fotografia, come un’ombra che non se ne va (sappiamo bene che l’antico nodo ottocentesco è giunto a sciogliersi solo tra anni Ottanta e Novanta del Novecento, per effetto dell’onda lunga delle neoavanguardie che negli anni Sessanta-Settanta hanno posto la fotografia tra i nuovi importanti strumenti degli artisti).

A questo proposito Montagna ha le idee molto chiare: con assoluta e ragionevole naturalezza riconosce infatti alla fotografia un aspetto artistico, che guida il raggiungimento del modo migliore per esprimere un concetto, e un aspetto scientifico, che rende possibile sul piano tecnico questo raggiungimento. I due aspetti, l’uno di competenza dell’artista, l’altro del fotografo operatore, non sono in contraddizione tra loro. Il sentimento artistico permea l’opera fotografica così come quella pittorica o scultorea, ci dice Montagna con semplicità e intelligenza, e se la fotografia è il riflesso della verità, la questione è scegliere la verità con il senso dell’arte. E se anche venisse negata alla fotografia la dignità dell’arte, essa sarebbe comunque importantissima nella forma della documentazione e della testimonianza, egli osserva, poiché tutte le arti, le industrie e le manifatture ne hanno estremamente bisogno, grazie alle innumerevoli e inedite applicazioni che consente, come anche l’Esposizione dimostra. Il suo punto di vista pacato è lontano dalla famosa invettiva che in il pubblico moderno e la fotografia Charles Baudelaire aveva lanciato nel 1859 contro la fotografia, opponendo drasticamente e drammaticamente arte e industria. Ed è parimenti lontano, straordinariamente, dalla posizione di diffidenza nei riguardi dell’immagine meccanica e troppo reale che la fotografia produce che avrebbe espresso Benedetto Croce vent’anni dopo, nel 1902 nella sua Estetica in nuce.

Altrettanto sicuro il cavalier Montagna si dimostra quando, passando in rassegna prima le varie tecniche fotografiche, indagate in modo sistematico ma con particolare attenzione verso quelle più recenti, innovative e originali (per esempio un accento importante è posto sul passaggio dal collodio alla più pratica ed efficace emulsione alla gelatina bromuro d’argento che caratterizza quegli anni, sulla stampa al platino, sulla “gelatina colorata” messa a punto da Poitevin, e poi sulla fototipia, la fotolitografia, la fotoincisione), poi i vari generi di fotografia e i campi ai quali essa si applica, che definisce “applicazioni della fotografia alle arti” (cioè il ritratto, la riproduzione delle opere d’arte, l’architettura e il paesaggio, l’applicazione alle scienze e all’industria) e infine gli apparecchi fotografici e i prodotti, non esita a esprimere un giudizio critico netto e talvolta severo nei riguardi delle produzioni italiane, e anche, potremmo dire, dei comportamenti italiani.

Le tecniche più innovative, ci dice Montagna, sono poco, seppure talvolta egregiamente, praticate in Italia, rari sono i fotografi che le conoscono e le utilizzano per le loro produzioni. Nel ritratto i fotografi si lasciano influenzare da mode e facili guadagni legati alle immagini che principalmente miranop a compiacere il cliente (per esempio attraverso un eccesso di ritocco, praticato non solo sui negativi, ma anche, e gravemente, sulle stampe, elemento, aggiungiamo, rifiutato ormai da qualche decennio dal grande Nadar) e non nascono invece con schiette finalità artistiche. Tra gli italiani non manca il talento (si vedano gli Alinari, i Brogi, Le Lieure, Interguglielmi), ma in generale essi sono troppo intenti a farsi concorrenza tra di loro per poter riservare energie alla creazione di ritratti degni di questo nome. Montagna disapprova anche la poca profondità e la mancanza di artisticità, dovute alla facile tendenza a cedere a quelle che possiamo chiamare “esigenze illustrative” del mercato, nella fotografia di architettura e monumenti, con le poche eccezioni nuovamente degli Alinari, dei Brogi, e di Naya, D’Alessandro o Besso. E la stessa fragilità, forse incapacità, forse pigrizia è nella fotografia applicata alla scienza o all’industria, che non è all’altezza degli altri paesi. E infine, anche per quanto riguarda la produzione di apparecchi e prodotti chimici l’Italia importa molto e produce poco, seppure, quando sporadicamente accade, con impegno e originalità.

Le conclusioni di Montagna sono negative, egli si dice addirittura addolorato nel constatare che “fra noi la fotografia non è all’altezza dell’odierno progresso”, che i fotografi italiani sono poco inclini allo studio, e quando utilizza l’espressione “mancanza di una Società Fotografica” (che sarebbe nata solo nel 1889, mentre la Royal Photographic Society inglese, per esempio, era nata nel 1853, la Societé Française de Photographie nel 1854), pare di sentire le parole di Giacomo Leopardi quando nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani scriveva di mancanza di società in Italia. Si tratta del tipico individualismo italiano, della poca propensione a partecipare e a sentirsi comunità, a capire che della capacità di lavorare insieme e di essere paese, e con orgoglio, tutti possono avvantaggiarsi. In questo, è triste dirlo, il testo del cavalier Montagna sembra scritto oggi. La mancanza di organizzazione, di senso delle istituzioni, di rispetto per il nostro patrimonio artistico e dunque anche della fotografia (diventata bene culturale per la legge italiana solo nel 1999, tardissimo), la tendenza a non condividere esperienze e conoscenze, oltre a una cultura rimasta molto a lungo idealistica ed elitaria, una certa tendenza alla sottolineatura del genio e della creatività estemporanea e alla derisione di tutto ciò che è metodo e sistematicità, sono solo alcuni tra i molti motivi del ritardo italiano nella comprensione vera e nella promozione della fotografia come arte complessa non solo della modernità ma anche della contemporaneità.